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Aperte le candidature per le azioni di “Gemellaggio di città”

Sono aperte le candidature per le azioni di “Gemellaggio di città” del 2018, con scadenza il 9 settembre 2018.
Possono partecipare comuni, le reti di gemellaggio, autorità locali e regionali; Possono partecipare anche federazioni e associazioni di autorità locali e organizzazioni no-profit in rappresentanza delle istituzioni territoriali. In questi progetti possono partecipare in qualità di partner anche le organizzazioni non-profit della società civile. Il budget complessivo per le azioni di gemellaggio è di oltre 4 milioni e mezzo di euro.
I progetti per essere ammissibili a questa selezione dovranno svilupparsi nella prima metà del 2019 e coinvolgere almeno 2 municipalità dei Paesi ammessi al programma.
Le proposte di gemellaggio dovranno mirare a mobilitare i cittadini a livello locale per intensificare il dibattito su questioni di rilievo europeo, attivando così la partecipazione dei territori al dibattito sulle politiche comunitarie.
I gemellaggi devono essere intesi in senso ampio, riferendosi sia ai comuni che hanno sottoscritto o si sono impegnati a sottoscrivere accordi di gemellaggio, sia ai comuni che attuano altre forme di partenariato e che vogliono intensificare la cooperazione e i legami culturali.

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LULUCF, ovvero il contributo della silvicoltura alla riduzione delle emissioni

Oggi è stato approvato anche il regolamento cd. “LULUCF” relativo all’inclusione delle emissioni e degli assorbimenti di gas a effetto serra risultanti dall’uso del suolo, dal cambiamento di uso del suolo e dalla silvicoltura nel quadro 2030 per il clima e l’energia.
Tale regolamento si riferisce alla gestione del suolo agricolo e forestale volta a rimuovere i gas ad effetto serra dall’atmosfera. Per questo, tali azioni vengono definite “carbon sinks” in quanto costituiscono dei veri e propri bacini di assorbimento che sottraggono la CO2 dall’atmosfera.
Il campo di applicazione riguarda i terreni forestali ed i terreni agricoli, e quei terreni per i quali l’uso è stato modificato da o verso questi utilizzi. L’impegno per ciascuno Stato membro sarà quello di assicurare che il settore LULUCF non dia origine ad emissioni nette sul proprio territorio, dopo l’applicazione delle norme di contabilizzazione previste dal regolamento e tenuto conto degli strumenti di flessibilità.
In altre parole, agli obiettivi di riduzione previsti da Effort sharing concorrerà anche il settore LULUCF, che rappresenta per gli Stati membri uno strumento di flessibilità per agevolare il raggiungimento delle riduzioni nei settori non ETS. Tale strumento consiste nella possibilità per gli Stati membri di utilizzare i crediti generati dal settore LULUCF, entro il limite di 280Mton.

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Effort sharing: anche l’agricoltura darà il suo contributo

Dopo un lungo iter legislativo, oggi è stato definitivamente approvato anche il regolamento riguardante la riduzione delle emissioni di tutti i settori economici che non rientrano nell’ambito di applicazione del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (EU ETS), compresi i trasporti, i rifiuti, l’ambiente costruito e l’agricoltura. Ovvero, il 60 % circa delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE.
Tale regolamento ripartisce l’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni del 30% tra gli Stati Membri, sulla base del PIL pro-capite del 2013. Per gli Stati membri con un PIL pro-capite superiore alla media dell’UE, tali obiettivi sono ulteriormente adeguati per tenere conto del rapporto costo-efficacia. Per l’Italia è stato individuato un obiettivo di riduzione al 2030 pari al -33%.
In sede di trilogo gli Stati membri sono riusciti a modificare la data di partenza dei tagli: mentre il Parlamento europeo chiedeva l’inizio del 2018, il Consiglio ha sostenuto fino all’ultimo la data di gennaio 2020, riuscendo a strappare alla fine come compromesso la data di giugno 2019. Il testo finale perde quindi un po’ di ambizione.
Tra i principali elementi dell’accordo figurano anche: il rafforzamento degli strumenti di flessibilità; l’introduzione di una “riserva di sicurezza” costituita da un volume di quote pari a 105 Mt e destinata ai Paesi con PIL pro capite 2013 inferiore alla media UE che avranno effettuato riduzioni tali da oltrepassare il proprio target al 2020 (“overachievement”); una flessibilità specifica per i Paesi con obiettivo positivo al 2020 che potranno beneficiare al 2021 di un numero aggiuntivo di crediti.

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Economia circolare: si prepara la terza rivoluzione industriale

Dopo oltre 3 anni di lavoro, finalmente domani il Parlamento europeo approverà il pacchetto normativo che può dare avvio alla terza rivoluzione industriale.
L’accordo finale raggiunto in fase di trilogo non è ambizioso come auspicato dalla commissione ENVI del Parlamento – che chiedeva soglie più elevate per il riciclaggio dei rifiuti e soglie inferiori per il loro conferimento in discarica – ma traccia una strada inequivocabile verso un nuovo modello di sviluppo in grado di coniugare la crescita industriale con la sostenibilità ambientale.
Il nuovo piano per i rifiuti, infatti, indica obiettivi a medio-lungo termine -con paletti chiari e ineludibili- come il rafforzamento delle misure di prevenzione della generazione di rifiuti – in primis, il rafforzamento della responsabilità estesa del produttore -, l’estensione degli obblighi di raccolta separata ai rifiuti organici, tessili e pericolosi e la quota massima del 10% per lo smaltimento di rifiuti in discarica entro il 2035. Inoltre, in linea con gli obiettivi dell’AGENDA ONU 2030, è prevista una riduzione del 50% degli sprechi alimentari e il raggiungimento della soglia del 65% di riciclaggio da parte di tutti gli Stati Membri.
Sono tutte misure che hanno come obiettivo quello di porre dei paletti in grado di garantire il rispetto della gerarchia del rifiuto, a partire dalla sua prevenzione – cioè dall’evitare di produrne -, passando per il suo riciclo e riutilizzo, fino alla sua valorizzazione energetica prima del conferimento in discarica, che dovrà essere ridotto al minimo indispensabile.
In tale contesto particolare rilievo assume anche la lotta allo spreco alimentare. Mediamente ogni anno un cittadino dell’UE butta via circa 180 KG di cibo. Si tratta di un problema etico, oltre che economico e ambientale.
Il vero lavoro comincia dunque ora. L’Unione europea, leader a livello mondiale nelle politiche ambientali, ha il dovere di dimostrare, al resto del mondo, l’effettiva sostenibilità di un modello economico di tipo circolare.

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Olio di Palma: un limite ai contaminanti cancerogeni 

L’UE prende provvedimenti per tutelare la salute dei consumatori dal consumo di olio di palma cancerogeno! Era il 2016 quando fu pubblicato uno studio dell’EFSA che evidenziava il formarsi di sostanze cancerogene nell’olio di palma trattato ad alte temperature.

Da allora mi sono occupato molto vicino della questione. Una oral question rivolta alla Commissione mi fu boicottata dalle pesanti lobby politiche presenti in Parlamento. Ho presentato una interrogazione scritta (http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2016-006690+0+DOC+XML+V0//IT&language=it), rispondendo alla quale la Commissione si impegnava ad adottare misure entro la fine del 2016. In seguito al suo immobilismo, ho preteso che venisse in ENVI a spiegare le cause del suo ritardo. C’erano ulteriori studi da fare!

Dopo due anni le cose si sono mosse. L’autorità sui contaminanti nella catena alimentare (CONTAM), lavorando di concerto con la FAO e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha espresso un nuovo parere sulla questione, con un approccio basato sul cosiddetto ‘margine di esposizone’. A seguito di ciò, la Commissione europea ha ritenuto opportuno stabilire un limite massimo più rigoroso per gli oli vegetali destinati agli alimenti.


Il nuovo regolamento entrerà in vigore il 19 Marzo, e le industrie alimentari avranno pochi mesi per adattarsi ai nuovi limiti imposti dalla Commissione. Tra pochi mesi, nessuno dovrà più preoccuparsi della nocività dei grassi vegetali presenti negli alimenti. Questo è un risultato concreto, ed è la migliore testimonianza del lavoro delle istituzioni europee per la salute dei cittadini.


Personalmente – quando si parla di sostanze nocive nella catena alimentare – sono sempre stato un sostenitore del «principio di precauzione». Credo che un margine di incertezza scientifica sia normale, specie quando bisogna fare analisi lunghe e complesse. Ma allo stesso tempo credo che il compito della politica sia un altro, cioè quello di tutelare i cittadini a prescindere dai dibattiti in corso.
Non è una battaglia facile. Così come accade per il glifosato, per gli interferenti endocrini, per i PFAS e per tantissime altre sostanze di cui mi sono occupato in questi anni, il dubbio sulla loro nocività non sempre è abbastanza per far scattare i primi meccanismi di tutela. La scienza ha i suoi tempi, e sono sacrosanti. Ma il diritto alla salute dei cittadini europei non può aspettare.