Trattato sull’interdizione delle armi nucleari

Le armi nucleari costituiscono la minaccia più grave per l’umanità, in quanto il loro utilizzo causerebbe morte e distruzione su vasta scala e il rilascio di radiazioni che comporterebbero effetti nefasti per decenni.
La dimensione e la potenza degli arsenali nucleari attualmente esistenti, uniti alla crescente tensione a livello internazionale, rendono ancor più urgente la necessità di un disarmo nucleare, fondamentale per garantire la pace, la sicurezza e la sopravvivenza stessa del genere umano.
Il 7 luglio 2017 è stata indetta una conferenza delle Nazioni Unite allo scopo di negoziare uno strumento giuridicamente vincolante per mettere al bando le armi nucleari e conseguire la loro totale eliminazione. Tale obiettivo è condiviso dai 122 Stati promotori ed è espressione dell’aspirazione dei popoli per un modo privo di armi nucleari. La conferenza ha portato all’adozione del trattato delle Nazioni Unite sull’interdizione delle armi nucleari.
Il trattato è aperto alla firma e alla ratifica da parte dei vari Stati membri delle Nazioni Unite dal 20 settembre 2017.
Durante l’intervento al Parlamento europeo della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), insignita del Premio Nobel per la pace nel 2017, è stata sottolineata l’importanza della firma e della ratifica del trattato.
Le Nazioni Unite hanno definito il mandato di una conferenza ad alto livello sul disarmo nucleare, che si svolgerà presso la sua sede dal 14 al 16 maggio 2018, al fine di compiere progressi in merito a misure efficaci per la riduzione del rischio nucleare e il disarmo nucleare.
Può il Consiglio rispondere al seguente quesito:
– Intende discutere di questa conferenza delle Nazioni Unite e della posizione degli Stati membri in merito al trattato sull’interdizione delle armi nucleari?

Responsabilità sociale d’impresa

Il caso dell’azienda Embraco, che sta licenziando 497 dipendenti per trasferire la produzione dallo stabilimento (in attivo) di Riva di Chieri, Italia, in un altro Stato membro, solleva questioni politiche più ampie. L’azienda delocalizza per mera convenienza salariale e fiscale. Questo è dumping sociale a favore di paesi membri che hanno livelli salariali più bassi; è dumping fiscale di chi ha aliquote inferiori; è un atteggiamento deprecabile, perché bisogna valorizzare le risorse umane e non licenziare per incrementare margini già positivi. Il mercato interno dell’Unione deve favorire la crescita di ogni sua regione, non di una a spese di un’altra.
Alla luce di quanto precede può la Commissione:
1. verificare il buon funzionamento del mercato interno, in particolare la concorrenza al ribasso tra Stati che provoca problemi economici e sociali in molte regioni dell’Unione, e se i fenomeni di delocalizzazione interna sono supportati dall’uso di fondi pubblici?
2. accertare con ogni strumento se nel caso specifico di Embraco non sia stato fatto un uso distorto dei fondi europei?
3. rilanciare la responsabilità sociale delle imprese come elemento fondamentale del bilancio, affinché possa essere un requisito per ricevere fondi pubblici e partecipare ad appalti?
4. spiegare se la delocalizzazione all’interno dell’UE per inseguire paghe e tasse più basse è compatibile con i trattati?
5. far sapere se non ritiene che, in caso di delocalizzazione interna, le aziende debbano contribuire agli oneri connessi al sostegno dei lavoratori dismessi per un loro futuro reimpiego?

Valutazione intermedia del programma LIFE

Il 6 novembre 2017 la Commissione ha pubblicato la relazione sulla valutazione intermedia del programma per l’ambiente e l’azione per il clima (LIFE). Tale relazione valuta i primi due anni del programma LIFE 2014-2020 e formula raccomandazioni per le azioni di monitoraggio.
Alla luce di quanto precede può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:
1. La pubblicazione della relazione sulla valutazione intermedia è stata ritardata di 4 mesi, ma è ancora priva di molte informazioni dettagliate. Sono stati avviati solo i progetti degli inviti a presentare proposte del 2014 e del 2015, e pochi progetti sono stati completati. Considerando che sono trascorsi già 4 anni su 7 del programma LIFE, quali insegnamenti chiave trae la Commissione da ciò? Come è possibile spiegare tale ritardo e come vi si potrebbe porre rimedio?
2. In che modo intende migliorare il sistema di indicatori, soprattutto per quanto riguarda il valore aggiunto dell’UE?
3. In che modo può fornire ulteriori informazioni sull’attuazione del programma LIFE per le decisioni da adottare in merito al prossimo programma di lavoro pluriennale (2018-2020) e al quadro finanziario pluriennale? In che modo intende affrontare la capacità di investimento e la mancanza di risorse finanziarie disponibili per i beneficiari al fine di migliorare la replicabilità dei risultati dei progetti?
4. In considerazione della necessità di rafforzare l’impatto, la sostenibilità e/o la replicabilità dei progetti esistenti, in che modo intende garantire che realizzino il loro potenziale, soprattutto in quanto la valutazione finale del programma LIFE+ ha concluso che il potenziale di dimostrazione di molti progetti spesso non era completamente evidenziato o sfruttato?
5. Che cosa si può fare per migliorare la strategia di comunicazione in termini di destinatari e coordinamento tra gli attori?
6. I progetti integrati e la complementarità tra LIFE e altre politiche dell’UE dovrebbero essere rafforzati in futuro. Cosa intende fare per migliorare le sinergie tra il programma LIFE e altri tipi di legislazione, politiche e programmi nell’UE?
7. In che modo prevede di rafforzare il ruolo delle ONG e degli attori della società civile nel proporre, progettare e portare avanti i progetti? Vi è la possibilità di aumentare la quota di finanziamento UE dei progetti LIFE disponibili per le ONG e gli attori della società civile?

Incrementare la raccolta di plasma sanguigno nell’UE

Nell’Unione europea un numero sempre crescente di pazienti è affetto da patologie rare correlate al plasma, il che genera una maggiore necessità di medicinali derivati dal plasma. La produzione di tali medicinali per la cura delle suddette patologie potenzialmente letali dipende completamente dalla disponibilità di sangue e plasma donati dai cittadini.
L’attuale quadro politico dell’UE in materia di sangue ed emocomponenti non garantisce che le donazioni tengano il passo con la crescente domanda di medicinali derivati dal plasma, mettendo dunque a rischio l’accesso dei pazienti alle cure che ricorrono a tali terapie.
Nel 2017 la Commissione ha pubblicato una tabella di marcia per la valutazione della legislazione unionale in materia di sangue e dei suoi componenti che si concluderà entro la fine del 2018 e potrebbe condurre a una revisione della direttiva sul sangue.
Qualora sia svolta una revisione a seguito del processo di valutazione, ritiene la Commissione opportuno formulare il nuovo quadro giuridico dell’UE in modo da consentire agli Stati membri di istituire programmi nazionali per la raccolta del plasma tramite plasmaferesi, così da incrementare la raccolta di plasma sanguigno nell’Unione e garantire la certezza del diritto per gli Stati membri?

Lotta contro l’afrofobia

Il termine “afrofobia” è associato ad una tipologia di razzismo nei confronti di persone di discendenza africana con il colore di pelle nera. Il fenomeno è poco conosciuto ma molto diffuso e si manifesta nelle forme più odiose di discriminazione associate alla diffusione di stereotipi che collegano persone di discendenza africana ad una minaccia alla sicurezza, alla cultura e all’identità nazionale.
Le Nazioni Unite hanno indicato il periodo 2015-2024 il decennio internazionale per le persone di origine africana ed elaborato un suo programma di attività; il Consiglio d’Europa ha recentemente esortato tutti i paesi a prendere misure proattive contro l’afrofobia.
Una delle più grandi sfide dell’afrofobia è quella che riguarda il riconoscimento di questo fenomeno come una forma specifica di razzismo.
Grazie agli sforzi della Commissione, misure concrete sono state prese per combattere l’antisemitismo e l’islamofobia.
Può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:
1)       La Commissione intende in un futuro prossimo riconoscere la particolarità di questa forma di odio e razzismo nei confronti di afro-discendenti e proporre strategie dirette a coordinare gli sforzi di inclusione nonché adottare piani d’azione contenenti chiare raccomandazioni agli Stati membri?
2)       Intravede la possibilità di nominare un coordinatore per l’afrofobia sulla riga dei coordinatori per l’antisemitismo e l’islamofobia?