Pubblicità occulta sui social media

Accade sempre più di frequente che un singolo utente di un social network — in virtù della propria popolarità, o coinvolgendo il pubblico tramite i contenuti — possa arrivare ad aggregare sul proprio profilo milioni di persone e di conseguenza aspirare a monetizzare la propria esposizione pubblicizzando prodotti o servizi.
In un contesto mediatico relativamente «nuovo», dove il punto di aggregazione per il pubblico non è un broadcaster ma un individuo, la pubblicità si insinua nel contenuto pubblicato, diventando occulta e sfuggendo ad ogni inquadramento giuridico, con possibili danni per i consumatori, per la libera concorrenza e per la legittima tassazione dell’attività pubblicitaria.
Ciò considerato, può la Commissione riferire (nei limiti delle sue competenze):

seguendo esperienze internazionali come quella statunitense e britannica, intende regolare il fenomeno della pubblicità attraverso canali e profili social individuali, obbligando i titolari ad effettuare una chiara distinzione tra contenuti pubblicati a fine di sponsorizzazione e contenuti di tipo privato?

21 giugno 2017
Risposta di Věra Jourová
a nome della Commissione
La Commissione è consapevole del fatto che alcuni media sociali sono diventati piattaforme a scopi pubblicitari, d’inserimento prodotti e di valutazioni dei consumatori e che, pertanto, possono presentare rischi maggiori di pubblicità occulta e ingannevole, dato che gli elementi commerciali sono spesso uniti a contenuti sociali e culturali generati dagli utenti. Inoltre, i consumatori potrebbero non essere a conoscenza del fatto che i professionisti utilizzano i social media a fini di marketing. Per questo motivo, le disposizioni contro il marketing occulto di cui all’articolo 7, paragrafo 2, e al punto 22 dell’allegato I della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori (direttiva sulle pratiche commerciali sleali) sono particolarmente importanti.
Nei suoi orientamenti aggiornati sull’applicazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali, la Commissione ha affrontato nello specifico il problema delle pratiche pubblicitarie o di marketing occulte attraverso i media sociali.
Un obbligo al riguardo è previsto dall’articolo 6, lettera a), della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico. Anche la direttiva 2002/58/CE sull’e-privacy, il cui campo di applicazione comprende la pubblicità occulta, stabilisce determinati requisiti in materia di comunicazioni commerciali.

Diserbanti sostenibili

Fra le tecniche di gestione del suolo adottate dagli agricoltori per la cura delle coltivazioni e dalle amministrazioni locali per la manutenzione del verde pubblico, l’utilizzo di diserbanti chimici è una di quelle a più alto impatto ambientale e con i più alti rischi per la salute dei cittadini.
È necessario adottare procedimenti più intelligenti, sani e sostenibili per il diserbo delle coltivazioni e del verde urbano, che riducano drasticamente l’uso di agenti chimici. Un metodo innovativo, in questa direzione, è stato recentemente sviluppato in Sardegna, sotto il nome di Natural Weed Control. Il trattamento — a base di lana, scarti di olio d’oliva e di eccedenze delle lavorazioni vitivinicole — fa sì che la pianta intrappoli il calore e si secchi rapidamente, senza creare problemi al suolo o alterare in alcun modo il suo pH.
Considerato quanto esposto, può la Commissione specificare (nei limiti delle sue competenze):

è al corrente dei risultati della ricerca condotta da Natural Weed Control?
intende promuovere best practice che consentano di sostituire i diserbanti tradizionali, ad alto impatto ambientale, con prodotti meno impattanti e più sostenibili per il trattamento di colture e verde pubblico, eventualmente anche includendo il Natural Weed Control?

18 maggio 2017
Risposta di Vytenis Andriukaitis
a nome della Commissione
La Commissione non è a conoscenza dello specifico prodotto utilizzato per il diserbo delle coltivazioni cui fa riferimento l’onorevole deputato. Tuttavia la pacciamatura con materiali plastici o naturali è una tecnica non chimica riconosciuta per il controllo delle erbe infestanti.
Sono stati sostenuti vari progetti di ricerca per l’identificazione di prodotti biologici da utilizzare per la pacciamatura. Per quanto riguarda in particolare i diserbanti , nel 2016 in occasione della Sfida per la società 2 di Orizzonte 2020 è stato pubblicato un invito a presentare proposte del valore di 7 milioni di EUR per strategie innovative ed efficaci alternative all’uso dei diserbanti chimici per il controllo delle erbe infestanti.
La Commissione ricorda che, in seguito all’adozione della direttiva 2009/128/CE, gli Stati membri adottano tutte le misure necessarie per incentivare una difesa fitosanitaria a basso apporto di pesticidi, privilegiando i metodi non chimici. Inoltre, gli Stati membri assicurano che l’uso di pesticidi sia ridotto al minimo o vietato in aree specifiche come quelle di uso pubblico, e che vengano presi in considerazione, in primo luogo, l’uso di prodotti fitosanitari a basso rischio, nonché misure di controllo biologico.
La Commissione sostiene l’attuazione della direttiva 2009/128/CE mediante una serie di misure, compresi gli audit effettuati dalla direzione generale della Salute e della sicurezza alimentare. Diversi audit hanno valutato i sistemi i controllo istituiti dagli Stati membri per l’immissione sul mercato e l’uso dei pesticidi, inclusa l’attuazione della direttiva 2009/128/CE. La difesa integrata dagli organismi nocivi è fra le questioni disciplinate da tali audit.

Antinfiammatori non-steroidei e rischio cardiovascolare

I farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) sono fra le medicazioni più utilizzate al mondo e molti di questi — come l’ibuprofene — sono disponibili in libera vendita. Questo tipo di farmaci è generalmente percepito come sicuro e di conseguenza assunto senza previo consulto medico.
La realtà però è differente. Come evidenzia una ricerca pubblicata questo mese sullo European Heart Journal, c’è un forte nesso di correlazione fra l’utilizzo di anti-infiammatori non steroidei e l’aumento del rischio cardiovascolare, arresto cardiaco in particolare. I dati evidenziano un aumento del rischio di arresto cardiaco pari al 50 % nel caso di trattamenti a base di diclofenac e del 31 % nel caso dell’ibuprofene.
Alla luce di ciò, può la Commissione riferire (nei limiti delle sue competenze):

intenda regolamentare la libera vendita dei farmaci anti-infiammatori non steroidei (ibuprofene e diclofenac in particolare) in considerazione delle evidenze scientifiche di rischio?
non ritiene opportuno intraprendere una campagna informativa mirata a sensibilizzare i cittadini europei sui rischi connessi all’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei e sull’opportunità di assumerli sotto controllo medico?

18 maggio 2017
Risposta di Vytenis Andriukaitis
a nome della Commissione
A norma del regolamento (UE) n. 2016/1313, nessun prodotto a base di glifosato contente ammina di sego polietossilata può essere autorizzato e commercializzato a livello nazionale.
È importante ricordare che, a norma del regolamento (CE) n. 1107/2009, i principi attivi sono approvati a livello europeo, ma i prodotti formulati sono autorizzati a livello nazionale. Gli Stati membri possono concedere periodi di tolleranza, se del caso, in conformità all’articolo 46 del regolamento (CE) n. 1107/2009 quando le autorizzazioni vengono modificate, revocate o non rinnovate. Gli Stati membri devono inoltre mettere a disposizione del pubblico le informazioni relative ai prodotti fitosanitari autorizzati o revocati.
Ad oggi 22 Stati membri hanno informato la Commissione riguardo a revoche, a modifiche, a notifiche di intenzioni di revocare/modificare e a mancati rinnovi, relativi alle autorizzazioni di prodotti fitosanitari a base di glifosato contenente il coformulante ammina di sego polietossilata (CAS 61791-26-2). Di questi 22 Stati membri, 20 Stati membri hanno concesso periodi di tolleranza di diversa lunghezza per la vendita/la distribuzione e/o per lo smaltimento, la conservazione o l’uso delle scorte esistenti.

Aste online al doppio ribasso

Nell’ambito della filiera agroalimentare, le aste online al doppio ribasso rappresentano un passaggio business-to-business estremamente rischioso ed opaco. Si tratta di aste in cui i fornitori tentano di aggiudicarsi una commessa da parte della grande distribuzione rilanciando al ribasso sul prezzo di vendita di una partita di prodotto.
Questa pratica, se non opportunamente regolamentata, ha effetti potenzialmente dannosi su tutta la filiera agroalimentare; i prezzi eccessivamente bassi danneggiano economicamente non solo i fornitori, ma anche i produttori, oltre che la qualità dei prodotti e l’affidabilità generale del comparto. Alcuni Stati membri, tra cui la Francia, hanno già provveduto a dare al fenomeno un primo inquadramento giuridico, tutelando la correttezza delle contrattazioni e l’adeguatezza dei prezzi.
Alla luce di ciò, può la Commissione riferire (nei limiti delle sue competenze):

intende regolamentare a livello europeo le aste online al ribasso nell’ambito della filiera agroalimentare, con particolare riguardo alla trasparenza delle contrattazioni?
non ritiene necessario inquadrare alcune delle pratiche scorrette che si verificano nell’ambito delle aste online fra le «unfair business-to-business trading practices»?

17 luglio 2017
Risposta di Elżbieta Bieńkowska
a nome della Commissione
Come indicato nella relazione del 29 gennaio 2016 sulle pratiche commerciali sleali nella filiera alimentare tra imprese, la Commissione sta attentamente monitorando gli sviluppi nell’ambito della filiera agroalimentare. È a conoscenza del fatto che alcuni Stati membri hanno disciplinato le aste online al ribasso a livello nazionale. Tuttavia al momento non è prevista una regolamentazione delle aste in oggetto a livello dell’UE.
La Commissione sta attualmente valutando l’opportunità di prendere ulteriori provvedimenti per affrontare la questione delle pratiche commerciali sleali.

Canapa industriale

L’uso alimentare della canapa e dei suoi semi è ormai avallato da tutte le istituzioni preposte alla salute e alla sicurezza alimentare. Le coltivazioni di canapa industriale ammesse nell’Unione europea devono presentare un livello di THC inferiore alle 0,2 %, cioè molto al di sotto della soglia di precauzione riguardante i possibili effetti psicotropi della pianta. La concentrazione di omega 3 e 6, l’effetto antinfiammatorio e la presenza di aminoacidi essenziali fanno della canapa un prodotto alimentare di grande qualità.
Considerando che la coltivazione della canapa industriale è una grande opportunità di sviluppo e innovazione per l’agricoltura europea, può la Commissione riferire (nei limiti delle sue competenze):

intende aggiornare l’Allegato I del TFUE in modo da includervi la risorsa alimentare della canapa?
intende garantire l’accesso alla politica agricola comune anche ai coltivatori di canapa industriale, in considerazione della destinazione alimentare dei loro prodotti?

9 giugno 2017
Risposta di Phil Hogan
a nome della Commissione
Gli Stati membri dell’Unione europea hanno deciso di elencare nell’allegato I del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) i prodotti del suolo, dell’allevamento e della pesca, come pure i prodotti di prima trasformazione che sono in diretta connessione con tali prodotti. Tutti questi prodotti sono soggetti alle disposizioni degli articoli da 39 a 44 del TFUE, vale a dire alla politica agricola comune. A parte i prodotti di prima trasformazione elencati all’allegato I, i prodotti trasformati non sono pertanto soggetti alla politica agricola comune. L’aggiornamento dell’allegato richiederebbe una modifica del TFUE, che può essere approvata solo se coerente con l’articolo 48 dello stesso.
Gli alimenti a base di canapa sono ottenuti principalmente dalle sementi, che rientrano nel capitolo 12 della nomenclatura combinata, e sono di conseguenza contemplati dall’allegato I del TFUE. Anche la canapa (Cannabis sativa) (codice NC 5302) greggia o preparata, ma non filata, rientra nell’allegato I del TFUE.
I coltivatori di canapa hanno già accesso alle prestazioni della politica agricola comune in quanto possono beneficiare del regime dei pagamenti diretti di cui al regolamento (UE) n. 1307/2013, purché utilizzino varietà aventi tenore di tetraidrocannabinolo non superiore a 0,2 % e si conformino a tutte le condizioni di ammissibilità per la concessione di pagamenti diretti. La canapa (Cannabis sativa) (codice NC 5302) è altresì contemplata dal regolamento (UE) n. 1308/2013 che istituisce un’organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli.